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«Bella ciao», la memoria che attraversa Torino

Torino ha visto sfilare migliaia di persone in solidarietà con la popolazione palestinese. Secondo le prime informazioni diffuse dall’ANSA, i partecipanti erano oltre quattromila. Ma al di là delle cifre, delle bandiere e degli slogan, un particolare merita di essere raccontato: tra le voci della manifestazione è risuonata «Bella ciao».

Non una canzone qualsiasi.

È il canto che, nella memoria collettiva italiana, accompagna la Resistenza contro il nazifascismo. Una melodia diventata patrimonio internazionale di quanti si oppongono all’oppressione, indipendentemente dalle appartenenze politiche.

Le sue origini e la sua effettiva diffusione durante la lotta partigiana sono ancora oggetto di discussione storica. Il suo significato contemporaneo, tuttavia, è difficilmente contestabile: la libertà non è una concessione del potere.

Il corteo ha attraversato corso Palermo, dove si trova il nostro studio editoriale.

Da quella posizione abbiamo potuto osservare direttamente il passaggio dei manifestanti.

In testa avanzava un camion attrezzato con un impianto di amplificazione stereofonico, dal quale venivano diffuse musiche e parole d’ordine. La folla procedeva in maniera sostanzialmente pacifica.

A chiudere il corteo, un convoglio di grandi furgoni della Polizia, accompagnati da altri mezzi di dimensioni minori.

E infine, quasi a completare una rappresentazione della vita cittadina, un camion spazzatrice e piccoli automezzi con gli operatori incaricati della pulizia delle strade.

La manifestazione, le forze dell’ordine e i servizi municipali.

Tre presenze diverse, ciascuna con una funzione precisa, nello spazio pubblico di una città democratica.

L’ANSA ha riferito anche di momenti di tensione in piazza Castello, dove alcuni manifestanti hanno cercato di superare il cordone delle forze dell’ordine, provocando scontri e una risposta della Polizia.

Sono episodi che meritano di essere documentati, senza attenuazioni.

Ma sarebbe scorretto confondere quanto accaduto in quel punto della città con il comportamento della manifestazione osservata lungo corso Palermo.

Il giornalismo dovrebbe cominciare proprio da questa distinzione: raccontare ciò che si è visto, precisare ciò che è stato riferito da altri e non trasformare un episodio in una sentenza collettiva.

Eppure, mentre il corteo avanzava, un altro pensiero si faceva strada.

Quante persone stavano passando davanti alle nostre finestre?

Non siamo in grado di stabilirlo.

Ma per un istante abbiamo immaginato che ognuno di quei manifestanti potesse rappresentare una delle vittime della guerra a Gaza.

Una persona per ogni vita perduta.

Un volto per ogni nome.

Un essere umano per ogni numero che compare nelle statistiche.

Ed è nata una domanda tanto semplice quanto terribile.

Erano tutti terroristi?

Anche i bambini?

Anche le madri?

Anche gli anziani?

Anche i medici, gli insegnanti, i giornalisti?

Tutti?

L’attacco terroristico compiuto da Hamas contro civili israeliani il 7 ottobre 2023 rimane un crimine che nessuna rivendicazione politica può giustificare. L’assassinio di innocenti e la presa di ostaggi non diventano legittimi perché vengono presentati come strumenti di una causa nazionale.

Ma la condanna di quel crimine non può trasformarsi in una giustificazione permanente per la morte di altri innocenti.

Un bambino palestinese non eredita le responsabilità di Hamas.

Una famiglia israeliana non è responsabile automaticamente delle decisioni del proprio governo.

La colpa collettiva è una delle più antiche scorciatoie dell’ingiustizia.

Ed è proprio qui che «Bella ciao» acquista un significato particolare.

La Resistenza italiana riunì uomini e donne con convinzioni politiche, religiose e sociali profondamente differenti. Comunisti, socialisti, liberali, cattolici e persone senza appartenenze partitiche si ritrovarono a combattere contro la dittatura e l’occupazione nazista.

Non erano tutti uguali. Non condividevano lo stesso progetto di società. E la storia non li ha trasformati in figure prive di contraddizioni.

Ma la loro esperienza ci ha lasciato una lezione: la dignità umana non può essere subordinata alla convenienza politica.

Sarebbe storicamente improprio stabilire un’equivalenza automatica tra la Resistenza italiana e i protagonisti dell’attuale conflitto mediorientale.

Sono vicende differenti, con responsabilità differenti.

Ma le lezioni della storia non diventano inutili soltanto perché cambiano i confini geografici.

Il diritto alla vita non dovrebbe dipendere dalla nazionalità, dalla religione o dalle simpatie politiche di chi lo rivendica.

Naturalmente, anche le manifestazioni devono essere giudicate per ciò che esprimono. La solidarietà con i palestinesi non può diventare una giustificazione dell’antisemitismo. E la condanna del terrorismo non può diventare un pretesto per negare i diritti fondamentali della popolazione palestinese.

Confondere un popolo con il proprio governo è già un errore.

Confondere una comunità religiosa con le decisioni di uno Stato è ancora più pericoloso.

In un’epoca nella quale ogni conflitto viene immediatamente trasformato in una competizione tra propagande, distinguere è diventato quasi un atto di coraggio.

I governi dispongono di portavoce, uffici stampa, analisti militari e comunicati ufficiali.

Le vittime, molto spesso, non dispongono neppure di una tomba.

Le guerre moderne hanno sviluppato tecnologie straordinarie per individuare gli obiettivi, ma continuano a mostrare una drammatica incapacità di riconoscere il valore delle singole esistenze.

E mentre i dirigenti discutono di strategie, sicurezza, territori e interessi geopolitici, le società civili cercano altri strumenti per farsi ascoltare.

A Torino, migliaia di persone hanno scelto di scendere in strada.

E a un certo punto hanno cantato «Bella ciao».

Non sappiamo che cosa avrebbero pensato i partigiani del 1945 delle parole d’ordine pronunciate in una manifestazione del 2026. Attribuire loro opinioni contemporanee sarebbe un abuso della memoria storica.

Ma sappiamo che cosa significò vivere in un’epoca nella quale il potere pretendeva di stabilire chi meritasse diritti e chi potesse esserne privato.

Il corteo è passato.

I mezzi della Polizia hanno seguito la colonna.

Gli operatori ecologici hanno restituito le strade alla loro quotidianità.

Corso Palermo ha ripreso il proprio ritmo.

Ma quella canzone, ascoltata dalle finestre di uno studio, ha lasciato una domanda che nessuna bandiera può cancellare.

Quanti innocenti dovranno ancora morire prima che si smetta di domandare da quale parte stessero e si cominci a chiedere perché siano morti?

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